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LE TRAGEDIE DEL CONFINE ORIENTALE 1918/1956


Relazione di Roberto Parisini

Dottore di Ricerca-Università di Bologna

Collaboratore dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara

 

 

La tragedia delle Foibe sul piano storiografico ha avuto alterne vicende. A lungo e diffusamente è stata trattata come una questione locale tenuta in scarso conto sui più ampi scenari nazionali. Solo negli ultimi anni essa ha guadagnato una notevole centralità nel panorama storiografico. Una rapida indagine bibliografica sui cataloghi delle case editrici scientificamente più prestigiose, mi ha permesso di constatare l’uscita, nel solo 2009, di almeno tre o quattro libri in argomento, senza contare almeno altrettanti articoli comparsi su riviste di livello internazionale come il “Journal of Contemporary History”.

 

E’ perfino ovvio dire che queste differenze di visibilità si legano, come sempre avviene agli eventi storici, al diverso succedersi delle contingenze politiche nazionali e internazionali. Sono queste infatti a suggerire letture funzionali di quegli eventi, a intrecciare un profondo rapporto con il fattore umano che li attraversa, a generarne, grazie alla diffusione mediatica, il senso comune e a influenzarne profondamente la memoria.

Anche le letture storiche più serie non vanno esenti da queste influenze, ma il loro imperativo al contrario è – e consentitemi quest’ultima ovvietà – di svincolarsene il più possibile. E’ la ricerca storica che – innovando continuamente le proprie prospettive, allargando il tempo e lo spazio geografico della propria indagine –può offrire base solida a una memoria perennemente tentata da suggestioni revanchistiche o consolatorie, da semplificazioni strumentali, e spesso esentata dal tenere conto che la complessità è elemento inscindibile dai fatti umani.

Nel clima di quel lungo dopoguerra che caratterizza l’Europa uscita da due guerre mondiali intrise di odi nazionali, e poi segnata dalle aspre contrapposizioni e dagli opportunismi tattici della guerra fredda, anche l’interpretazione delle foibe, ancora poco frequentata fuori dall’ambito locale, ha vissuto fondamentalmente in una duplice veste.

Nella visione degli ambienti nazionalisti giuliani, nei nostalgici del regime ma anche nella dolorosa esperienza di decine e decine di migliaia di esuli istriani e dalmati costretti più tardi ad abbandonare per sempre le loro case, le foibe sono state parte sostanziale di una feroce politica di annientamento della nazionalità italiana da parte di sloveni e croati, trionfatori con le armate partigiane comuniste di Tito.

E’ un tema già presente nella propaganda della RSI, ma nessuno può ignorare l’incontrovertibile carico di violenza che portarono con sé le repressioni che si abbatterono su alcune zone del confine orientale, in almeno in due riprese, nell’autunno 1943 e nella primavera 1945. Vittime ne furono possidenti, militari, civili e rappresentanti a vario titolo dell’autorità pubblica in gran parte italiani. Ad opera soprattutto di partigiani croati e sloveni.

Pur senza che si possa stabilire un effettivo conteggio, sembra plausibile parlare di alcune migliaia di vittime, seppur solo in minima parte in realtà scomparse nelle famigerate foibe, la maggior parte invece perite in campi di concentramento, o nel corso di massacranti marce di spostamento attraverso la Jugoslavia.

La brutale semplificazione italiano-fascista venne assunta a generale giustificazione delle uccisioni, anche se tra le vittime comparivano persone estranee al regime quando non addirittura antifascisti che si opponevano alle annessioni di Istria e Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Speculare e opposta è la visione dei fatti offerta da parte del governo di Belgrado e anche da parte di esponenti comunisti italiani. Questa è incentrata sulla spiegazione delle violenze come reazione alla durezza dell’occupazione degli anni di guerra. Anche qui la mole degli orrori è stata notevole. Bruciare villaggi,fucilare civili, torturare e deportare furono pratiche correnti utilizzate dall’esercito italiano, e poi da quello tedesco e dai reparti di Salò nella lotta contro la resistenza. Si stimano anche qui in diverse migliaia i civili slavi morti nei campi di concentramento italiani. E un discorso a sé meriterebbe la famigerata risiera di S.Sabba, unico campo di sterminio attivo in Italia dal 1943, dove perirono .

Ciascuna di queste interpretazioni si presenta evidentemente riduttiva, inquadrando pochi, mirati aspetti degli eventi che pretende di spiegare. Allo stesso tempo però è stata assai funzionale alle semplificazioni contrappositive dell’uso politico della storia che sono ancora profondamente radicate negli opposti sensi comuni. Una memoria divisa dunque, e anche un po’ nascosta, giacchè non si poteva non tener conto dell’abile posizione di “paese comunista non allineato” tenuta dalla Jugoslavia sulla scena internazionale.

Parallelamente però, a partire all’incirca dagli anni Settanta, la nostra storiografia aveva cominciato ad analizzare gli anni di formazione e affermazione del fascismo. L’intenzione era arrivare a definire le caratteristiche del passaggio dall’Italia liberale a quella mussoliniana, tenendo conto della grande frammentazione territoriale, sociale ed economica della nostra realtà nazionale. Ne sono usciti alcuni pregevoli lavori di storia locale, non ultimi quelli dedicati alla realtà ferrarese, che hanno messo in evidenza il peso avuto di volta in volta da alcuni elementi peculiari, ossia da quelle caratteristiche profonde delle diverse società locali che il fascismo aveva saputo cogliere e che erano divenute la chiave della sua ascesa.

Nelle vecchie e nuove terre dell’Italia nord-orientale, dove dal 1918 erano assemblati italiani, croati e sloveni nei discutibili assetti di fine guerra, il cosiddetto fascismo di frontiera aveva cavalcato il nazionalismo aggressivo e imperialista diffuso in quei decenni, quello che fa di un popolo diverso un nemico da sottomettere in nome della propria affermazione di potenza, che non ha alternative all’integrazione a senso unico e forzata. Questa era una pulsione di lungo periodo della società giuliana. Dopo la prima guerra mondiale l’Italia aveva annesso sì Trieste, Pola, Fiume (perni dell’italianità, tradizionalmente forte nei centri urbani), ma anche ampi territori appartenenti all’impero austro-ungarico, dove vivevano centinaia di migliaia di croati e sloveni.

Il nascente movimento fascista divenne rapidamente popolare grazie al preesistente sentimento nazionale italiano ma anche alla paura degli italiani di perdere la loro superiorità economica e sociale davanti all’imponente crescita della popolazione slava. Gli obiettivi dichiarati del fascismo di frontiera erano infatti la difesa e l’espansione imperialistica anche oltre il confine orientale; l’eliminazione dell’identità slava e la sua forzata assimilazione nella superiore civiltà italiana.

E le promesse si tradussero in realtà, perché il regime provvide ad impedire ogni crescita sociale ed economica alle comunità slave, alla chiusura delle loro scuole e perfino alla proibizione, pesantemente simbolica, della messa in croato o sloveno.

Ecco quindi un ulteriore elemento che contribuisce a spiegare perché indubbiamente le persecuzioni delle foibe, soprattutto nel 1945, sembrano incentrarsi più sull’elemento italiano che su quello necessariamente fascista. Ma questo ci riconduce pure alla centralità, altrettanto forte e spietata all’occasione, dell’elemento nazionale e nazionalista anche per la parte slava.

Sul piano della verifica storica che difficilmente si accontenta di una spiegazione monotematica, diveniva, a questo punto, necessario allargare ancora l’analisi per trovare più compiutamente le motivazioni di questa forte conflittualità solidamente incardinata sui diversi sentimenti di identità nazionale e, da un certo momento in poi, nazionalista. Cominciano a moltiplicarsi così i piani storici su cui è opportuno articolare una corretta lettura della vicenda delle foibe, allargando gli spazi al più ampio territorio balcanico e, cronologicamente, spingendosi anche oltre il 1918, almeno sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, ossia da quando la questione nazionale vira, in tutta Europa, in questione nazionalista.

Bisogna però aspettare il disgelo degli anni Novanta perché si faccia strada la necessità di affidarsi a un’interpretazione storica di più ampio respiro, che possa collocare queste spietate ondate di violenza in un panorama più articolato e complesso. Tra il 1989e il 1995, è’ un succedersi di eventi di cui è difficile sottovalutare l’impatto: dalla caduta del muro di Berlino alla fine dei sistemi comunisti europei; dalla dissoluzione territoriale della Jugoslavia alle guerre balcaniche a sfondo ferocemente nazionalista che ne sortiscono.

Da una parte la storiografia slovena cominciò ad analizzare più in profondità i meccanismi messi in atto da Tito per realizzare la sua costruzione politico-statuale. Primo fra tutti la sanguinosa repressione anticomunista di grande entità in tutta la Jugoslavia che, alle estreme propaggini occidentali coinvolse anche alcune migliaia di italiani. Per esempio in Slovenia, solo nel maggio-giugno 1945, circa 10.000 persone caddero vittima della repressione condotta contro gli anticomunisti. In questo contesto, essere italiani aggiungeva un fattore di rischio, ma non era l’elemento più rilevante all’interno di uno scontro ben più ampio.

Anche la storiografia italiana ha cominciato a parlare di epurazione preventiva degli anticomunisti richiamandosi agli stessi elementi di fondo.

Tuttavia, soprattutto con davanti agli occhi i massacri delle guerre della ex-Jugoslavia, la nostra storiografia ha continuato a sviluppare la chiave “nazionalista”, da seguire in un lungo filo rosso che si dipana dalla monarchia asburgica fino alla edificazione della Jugoslavia comunista.

Un passaggio che è di certo profondamente connesso alle tragedie del nostro confine orientale, una secolare terra di frontiera dove il gioco di premere sulle diverse identità nazionali in chiave antagonistica, viene ripetutamente scelto come base della legittimazione del potere politico di turno.

E’ la monarchia asburgica la prima a inaugurare la continua competizione fra identità nazionali tradizionalmente forti come quelle slava e italiana, distribuendo i propri favori ora all’una ora all’altra, in una costante chiave contrappositiva, attribuendo a sé il ruolo della bilancia equilibratrice.

Così il favore agli affari del gruppo italiano che deteneva il monopolio degli scambi commerciali e del potere amministrativo locale, veniva compensato dalla massiccia immissione degli slavi nelle cariche statali. I rispettivi favori vennero ovviamente concessi discriminando le pari aspirazione dell’altro gruppo.

Le conseguenze di questa politica hanno evidenti ricadute, rintracciabili ad esempio nelle più diffuse costruzioni culturali che mi pare riassumano bene i rispettivi punti di vista. Così nelle opere di storia patria italiana, gli abitanti sloveni del centro di Trieste erano dipinti come un popolo di invasori e usurpatori della città italiana. In modo analogo, anche da parte slovena gli italiani, soprattutto quelli immigrati dal regno d’Italia, venivano visti come i tentacoli di una piovra che stava soffocando la popolazione slovena residente in città.

Dell’uso della persecuzione nazionalista fatta dal fascismo per perseguire i propri obiettivi totalitari e imperialisti s’è detto.

Ma anche i comunisti colsero appieno l’importanza del nazionalismo slavo nella regione, videro che posporre la soluzione della questione nazionale o addirittura favorire un ritorno all’Italia di quelle terre, avrebbe scoraggiato la popolazione ad appoggiare la resistenza, favorito i gruppi nazionalisti di destra come i Cetnici o gli Ustascia. Essi assunsero dunque senza esitazioni il nazionalismo come strumento di mobilitazione e di legittimazione del loro potere. Il progetto di socialismo del gruppo dirigente di Tito non poteva non passare – secondo uno storico italiano – dall’aperta assunzione di una marcata identità nazionale jugoslava per un paese ancora così profondamente diviso. A questo scopo era assai funzionale l’alto tasso di conflittualità con gli italiani (per di più destinati all’Occidente capitalista), in un reciproco alimentarsi di ideologia rivoluzionaria e pulsioni nazionaliste.

Il punto culminante di questa storia è la drammatica espulsione della componente italiana dai suoi territori di insediamento storico nella regione istro-quarnerina. L’esodo di almeno 250.000 giuliano-dalmati verso l’Italia entro il 1956. Non si tratta di un evento strettamente connesso, sul piano storico, alle foibe, da cui lo separa circa un decennio, anche se è difficile non vederne i punti di contatto. Ma certo l’uno non spiega realmente l’altro, a meno che non si voglia continuare a nutrire una memoria divisa che insegna poco, e alimenta soprattutto semplificazioni strumentali.

Spiegare l’articolazione e la complessità che vi stanno dietro è il compito che questo giorno del ricordo assegna alla storiografia, che ha il dovere di allargare l’interpretazione, alzare lo sguardo da troppo rigide restrizioni di tempo e di luogo. Da troppo rigide categorie interpretative che non fanno vedere come, anche un potere teoricamente fondato su un’ideologia internazionalista, possa affermarsi sfruttando la pratica consolidata di poggiare su pulsioni nazionali e nazionaliste.

Che non fanno vedere, insomma, il lungo filo rosso che connette le vicende umane e, con esse, gli eventi storici da cui trarre lezioni per il nostro presente.